È notizia di poche settimane fa: il Parlamento francese ha approvato una legge che vieta l’accesso ai social network ai minori di 15 anni. Il provvedimento, sostenuto con forza dal presidente Emmanuel Macron, dovrebbe entrare in vigore dal 1° settembre e imporrà alle piattaforme di verificare l’età degli utenti.
La decisione nasce da preoccupazioni che sarebbe sbagliato liquidare con superficialità. I rischi legati all’uso dei social da parte dei più giovani esistono e alcuni sono molto seri: esposizione a contenuti inadatti, cyberbullismo, pressione sociale, manipolazione, dipendenza dall’attenzione, truffe, contatti con persone malintenzionate, modelli estetici irrealistici e difficoltà nel distinguere ciò che è autentico da ciò che è stato costruito per ingannare.
Da madre di una ragazza di dodici anni e da professionista che lavora ogni giorno con la comunicazione digitale, capisco perfettamente il bisogno di protezione da cui nasce una decisione di questo tipo. La domanda che mi pongo, però, è un’altra: siamo sicuri che impedire l’accesso sia sufficiente a preparare i ragazzi alla società nella quale stanno crescendo?
Un limite può essere utile, ma non è ancora educazione
Porre un limite e risolvere un problema non sono la stessa cosa. Un divieto può ritardare l’accesso, ridurre temporaneamente l’esposizione e obbligare le piattaforme ad assumersi maggiori responsabilità. Sono risultati che non devono essere ignorati. Il rischio, però, è considerare quella barriera come una risposta completa e smettere di occuparci di tutto ciò che accade prima, durante e dopo l’ingresso nel mondo digitale.
Il caso australiano offre già qualche elemento concreto su cui ragionare. In Australia il divieto di accesso ai social per gli under 16 è entrato in vigore nel dicembre 2025 e ha portato alla chiusura o alla limitazione di milioni di account. Eppure, una ricerca commissionata dall’autorità australiana per la sicurezza online ha rilevato che, tre mesi dopo, più di otto ragazzi su dieci continuavano comunque a utilizzare i social.
Il numero di adolescenti in possesso di un account è diminuito, ma l’utilizzo complessivo molto meno. Molti non erano stati sottoposti a una verifica efficace, altri avevano dichiarato un’età differente o avevano trovato modalità alternative per accedere alle piattaforme. In alcuni casi è diminuita persino la consapevolezza dei genitori rispetto a ciò che i figli facevano online.
Questo non dimostra che ogni limite sia inutile. Dimostra però quanto sia difficile pensare di risolvere un fenomeno così complesso esclusivamente attraverso un blocco tecnico. Se il ragazzo riesce a entrare comunque, ma lo fa più di nascosto e senza adulti con cui confrontarsi, possiamo davvero dire di averlo protetto?
Ritardare l’accesso non significa preparare all’ingresso
Noi adulti abbiamo portato online quasi ogni parte della nostra vita. Nel digitale lavoriamo, ci informiamo, acquistiamo, comunichiamo, costruiamo relazioni, promuoviamo attività, cerchiamo opportunità e sviluppiamo reputazione. Sempre più spesso utilizziamo strumenti di intelligenza artificiale per studiare, produrre contenuti, organizzare informazioni e prendere decisioni.
Non possiamo costruire una società profondamente digitale e pensare di preparare i ragazzi semplicemente tenendoli fuori fino a un’età prestabilita. Perché, quando quella porta si aprirà, che cosa sarà davvero cambiato?
A quindici o sedici anni saranno certamente più grandi, ma non necessariamente più consapevoli. Avranno maggiore autonomia, relazioni più complesse, strumenti più potenti e una capacità superiore di nascondere ciò che fanno. I rischi non scompaiono con l’età: cambiano forma e, in alcuni casi, possono produrre conseguenze più pesanti sul piano emotivo, relazionale, sessuale, economico e reputazionale.
Subito dopo, inoltre, inizieremo a chiedere a quegli stessi ragazzi di saper utilizzare il digitale per studiare, orientarsi, entrare nel mondo del lavoro, comunicare e costruire opportunità. Prima li teniamo fuori, poi pretendiamo che sappiano muoversi con competenza.
Ritardare l’accesso non significa preparare all’ingresso. La maturità digitale non compare automaticamente il giorno del quindicesimo compleanno.
Che cosa significa davvero educazione digitale?
Educare al digitale non significa dire ai ragazzi che Internet è pericoloso. Quella frase, da sola, comunica poco e spesso genera soltanto distanza. Non basta nemmeno spiegare una volta che il bullismo è sbagliato, che non bisogna parlare con gli sconosciuti o che una password deve essere sicura.
Serve un lavoro più ampio, capace di mostrare i meccanismi che si trovano dietro ciò che vediamo ogni giorno.
Un ragazzo dovrebbe poter comprendere perché una piattaforma riesce a trattenerlo per ore, come funzionano le notifiche, lo scroll continuo e le raccomandazioni del feed. Dovrebbe capire perché il giudizio del gruppo può diventare così potente da modificare il modo in cui percepisce se stesso, il proprio corpo e il proprio valore.
Dovrebbe imparare a riconoscere chi sta cercando di manipolarlo, truffarlo o sfruttare una sua fragilità. Capire come un influencer costruisce fiducia, quando un contenuto è una sponsorizzazione, perché un determinato marchio diventa improvvisamente desiderabile e in che modo i dati vengono utilizzati per rendere la comunicazione più persuasiva.
Dovrebbe anche essere preparato a distinguere una notizia attendibile da una costruita per attirare attenzione, un’immagine reale da un contenuto generato o modificato, una relazione autentica da un’identità falsa. Con la diffusione dell’intelligenza artificiale, queste competenze non sono più accessorie: stanno diventando parte della capacità di orientarsi nella realtà.
Ma l’educazione digitale non dovrebbe fermarsi alla difesa dai rischi. Dovrebbe mostrare anche come utilizzare gli stessi strumenti per creare, studiare, informarsi, organizzarsi e trasformare una passione in un progetto concreto.
Un ragazzo appassionato di cucina può imparare a progettare e realizzare un video. Chi ama ballare può comprendere come costruire una ripresa, montarla e comunicare ciò che fa. Una passione per la musica può diventare un podcast, una ricerca, un piccolo sito o un progetto editoriale. La differenza non sta soltanto nel tempo trascorso davanti a uno schermo, ma in che cosa si sta facendo durante quel tempo.
Dal consumo passivo alla partecipazione consapevole
Molti ragazzi conoscono le piattaforme meglio degli adulti dal punto di vista operativo. Sanno pubblicare, montare, cercare, condividere e spostarsi rapidamente da uno strumento all’altro. Questo, però, non significa che ne comprendano il funzionamento economico, psicologico e comunicativo.
La familiarità tecnica non coincide con la consapevolezza. Sapere come si apre un profilo non significa sapere perché certi contenuti vengono mostrati, chi guadagna dal tempo trascorso sulla piattaforma o quali conseguenze può avere ciò che viene pubblicato.
Allo stesso modo, vietare ogni esperienza fino a una certa età non costruisce automaticamente capacità di scelta. L’autonomia dovrebbe essere sviluppata gradualmente, con limiti proporzionati, adulti presenti, responsabilità crescenti e occasioni nelle quali sperimentare anche la fatica che si nasconde dietro la creazione digitale.
Creare un contenuto, portare avanti un progetto o provare a costruire una piccola community permette infatti di comprendere che dietro ciò che appare semplice ci sono lavoro, costanza, scelte, conseguenze e responsabilità. È molto diverso dal consumare passivamente un flusso infinito di contenuti.
Non è una scelta tra divieto assoluto e libertà totale
Il dibattito viene spesso ridotto a due posizioni opposte: da una parte chi vorrebbe tenere i ragazzi completamente lontani dai social, dall’altra chi considera inevitabile lasciarli liberi di fare qualsiasi cosa.
Credo che questa contrapposizione sia poco utile. Educare al digitale non significa promuovere l’uso dei social, negarne i rischi o consegnare ai bambini uno smartphone senza regole. Significa riconoscere che i limiti possono proteggere, ma non possono sostituire la comprensione.
La responsabilità, inoltre, non può essere scaricata soltanto sui ragazzi o sulle famiglie. Le piattaforme devono progettare ambienti più sicuri e trasparenti. Le istituzioni devono definire regole applicabili e compatibili con la tutela della privacy. Scuole, educatori e genitori devono possedere strumenti adeguati per accompagnare i giovani senza limitarsi a controllarli dall’esterno.
Non possiamo dare la colpa ai ragazzi perché sono sempre attaccati al telefono senza chiederci quali alternative reali offriamo, quale esempio diamo e quanto siamo disposti a entrare nel loro mondo per comprenderlo. Molte volte critichiamo comportamenti che noi adulti riproduciamo continuamente, magari su piattaforme diverse o con giustificazioni differenti.
La domanda non è soltanto quando, ma come
La decisione francese ha il merito di riportare al centro un problema reale e di attribuire alle piattaforme una responsabilità che per troppo tempo è ricaduta quasi esclusivamente sulle famiglie. Ma rischia di diventare una scorciatoia se non viene accompagnata da un progetto educativo più ampio.
La domanda non dovrebbe essere soltanto: “A quale età possono entrare sui social?”. Dovremmo chiederci anche: che cosa devono sapere prima di entrare, quali strumenti devono possedere mentre li utilizzano e quali adulti devono trovare quando qualcosa va storto?
Possiamo tenere un ragazzo lontano da un rischio per un certo periodo. Prima o poi, però, quel rischio potrebbe presentarsi comunque, dentro una piattaforma diversa, in una chat, in un videogioco, nel mondo del lavoro o in una relazione.
Proteggere non significa soltanto impedire un’esperienza. Significa preparare una persona a riconoscerla, interpretarla e affrontarla. E questo lavoro non può iniziare improvvisamente a quindici o sedici anni.
Deve crescere insieme ai ragazzi.
Un tema sul quale dobbiamo iniziare a confrontarci
Da qualche tempo sto riflettendo sempre più seriamente su che cosa dovrebbe comprendere oggi una vera educazione al mondo digitale. Non un corso per insegnare a usare Instagram, TikTok o ChatGPT, ma un percorso capace di unire attenzione, emozioni, algoritmi, relazioni, marketing, reputazione, informazione, intelligenza artificiale e creatività.
Non ho una soluzione già pronta e non credo che un problema così complesso possa essere affrontato attraverso formule semplici. Credo però che sia arrivato il momento di uscire dalla sola logica del divieto e iniziare a parlare di comprensione, responsabilità e autonomia progressiva.
Possiamo far entrare i ragazzi nel mondo digitale semplicemente più grandi. Oppure possiamo aiutarli a entrarci più consapevoli.
La seconda strada è certamente più faticosa. Ma è anche quella che, nel tempo, potrebbe proteggerli davvero.
Tu come la pensi? Un limite anagrafico può essere sufficiente oppure rischia soltanto di rimandare un problema che dovremmo iniziare ad affrontare attraverso l’educazione?


